PEDALARE DI
NOTTE NEL DESERTO
(di Pierangelo Tesoro)
(foto M.P.Gabusi)
E’ mezzanotte e fa freddo,
ma l’eccitazione e la tensione e’ tanta, per cui non lo accuso affatto; inoltre,
sia la salopette che la maglia in “thermodress” riescono a darmi sufficiente
confort per non battere troppo i denti. Nella bagarre della partenza il nostro
team “Duna Rossa” non e’ in prima fila come nella tappa di esordio, ma al
segnale del VIA, dato da Fiorini appollaiato sul suo inseparabile jeeppone,
iniziamo finalmente a pestare sui pedali per sparare fuori la nostra tensione
e vincere il freddo pungente.
Il nero assoluto delle tenebre ci inghiotte all’istante: la luna non e’
piena e non si ha una visibilita’ superiore a qualche metro davanti a se,
malgrado tutto il lavoro fatto nel pomeriggio per montare i fari alogeni
alla bici ed i frontalini fissati al nostro caschetto.
Ricordiamo che dobbiamo buttarci tutto a destra verso le montagne per
trovare il terreno pedalabile, perche’ altrimenti resteremo irrimediabilmente
impantanati se seguissimo la via piu’ diretta e, continuando a chiamarci
per nome l’un l’altro, procediamo con tanta apprensione nel buio della notte.
E’ praticamente impossibile riuscire a capire dove puntare la gomma anteriore
della bici per pedalare al meglio. Decidiamo di spegnere tutte le nostre
luci per abituare gli occhi alla sola luna; malgrado non sia ancora piena,
ha una luce fortissima capace di rischiarare sufficientemente la strada
anche per noi biker, ma il risultato non cambia: continuamo a scendere dalla
bici con troppa frequenza, poiche’ troppo spesso troviamo sabbia fine dove
affondiamo inesorabilmente. Probabilmente, poco distanti da noi (avanti,
dietro, di fianco) ci sono altre persone, ma cio’ che si vede, a parte il
fantastico cielo stellato, e’ la siluette nera delle montagne. Pedalare
in quel deserto dal terreno cosi’ variegato in cui sabbia, pietraie, rocce,
erg, … si alternano e si mischiano fra loro in continuazione e senza soluzione
di continuita’, richiede una grossa concentrazione e continua attenzione
per non rischiare di andare a finire contro un arbusto secco provvisto di
quei micidiali aculei di acacia che mordono la pelle e forano le gomme, per
non rischiare di andare gambe all’aria per un qualunque banale motivo, o
piu’ semplicemente per diminuire le probabilita’ di restare insabbiati …
Quando si e’ giu’ a spingere la bici nella fastidiosissima sabbia e’ decisamente
piu’ faticoso procedere e soprattutto meno divertente (sono un biker non un
podista), ma il lato positivo e’ dato dall’estrema tranquillita’ di cui si
e’ pervasi: il silenzio assoluto interrotto solo dal soffiare del vento, l’opportunita’
di potersi guardare intorno e sopra le nostre teste senza alcun affanno e
preoccupazione. Il tempo scorre lentamente e la mente viene attraversata
da pensieri di ogni tipo. Per questa tappa notturna, ci eravamo studiati
il percorso sulla cartina russa 1:20.000 confrontandolo con la descrizione
riportata sul road-book, giusto per avere la conferma che Patrizio aveva scelto
come terreno di gara un territorio decisamente meno infido del giorno prima:
in questo caso ci trovavamo su un plateau e bastava stare ai margini delle
montagne per restare su un percorso fattibile che si sovrappone, solo a tratti
su quello ideale. Nel briefing, Patrizio ci aveva detto di aver infittito
il numero delle balise piantate a segnalare il percorso (una ogni 1-2 km)
ed inoltre su ogni picchetto aveva anche assicurato la trekking light, un
aggeggio che sprigiona una luce fosforescente per diverse ore (teoricamente
doveva durare tutta la notte); in queste condizioni, i paletti che indicavano
la retta via dovevano essere piu’ visibili ed era sempre piacevole rilevarli
ad intervalli per nulla regolari, poiche’ troppe volte ci discostavamo dal
percorso che aveva tracciato l’organizzazione.
Dopo qualche ora dalla partenza della tappa, avvistiamo la tenda del primo
punto di verifica; ci dicono che abbiamo ancora diversi altri concorrenti
dietro di noi, ma non siamo poi cosi’ interessati alla competizione, siamo
piu’ intenzionati a vivere in modo completo questa fantastica esperienza.
Tira un forte vento e sono sudato, dopo la punzonatura del mio cartellino,
scendo dalla bici, infilo il k-way e mi siedo in terra al riparo della ruota
anteriore del fuoristrada dell’organizzazione per mangiare qualcosa prima
di ripartire. Scambio qualche chiacchiera coi verificatori e mi accorgo che
sono copertissimi a confronto di come eravamo noi: sciarpe, berretti di lana,
piumini e mi rendo conto che deve fare parecchio freddo … Altri ciclisti e
podisti improvvisamente sbucano dal nulla, eseguono il controllo, bevono
qualcosa e spariscono nuovamente, nel mentre che noi allegramente oziamo fino
a quando avvertiamo con insistenza i brividi provocati dal sudore che si
raffredda sotto i nostri indumenti: abbiamo coperto appena 14 km dei 65 previsti
ed e’ bene riprendere il cammino. Per un lungo tratto il terreno e’ favorevole
ai ciclisti nel senso che ha la giusta consistenza che permette una buona
pedalata senza particolari preoccupazioni: tutte le mie luci sono spente,
spingo sui pedali e mi affido alla luna focalizzando di tanto in tanto una
sagoma scura piu’ avanti, o piu’ indietro, o piu’ a destra, o piu’ a sinistra
che non so esattamente a quale dei mei compagni appartiene, ma e’ li’, e’
con me e mi da’ affidamento. Non si e’ mai certi di andare nella giusta direzione,
ma sono sereno e mi sento particolarmente leggero. E’ in situazioni come
questa col vento che eccheggia nelle orecchie, col terreno che crepita sotto
le ruote, col cielo limpido che ti avvolge interamente trapuntato di stelle,
che la mente se ne va per conto proprio e mille pensieri si presentano contemporaneamente:
penso a mia figlia Stefania di tredici anni, penso a chi il giorno prima
si era perso in questo territorio cosi’ fantastico, ma altrettando infido
e pericoloso, penso a quegli altri amici coi quali ho diviso altre sensazioni
di questo tipo e che non hanno ritenuto opportuno cimentarsi, penso a quello
che potrei dire quando raccontero’ questi giorni cosi’ intensi, penso a quanto
e’ bello il Piccolo Carro ed a come si vede nitida la costellazione di Orione
e la seguo per individuare quanto sono luminose le Pleiadi … ma non faccio
in tempo a scorgerle che vengo sbalzato dalla bicicletta ! Un grosso sasso
aveva deciso di porsi sulla mia strada e la mia ruota anteriore ci e’ sbattuta
contro con le conseguenze del caso. Al km 28 c’e il secondo punto di controllo:
i nostri contachilometri avevano misurato ben oltre quel chilometraggio,
ma nessuna traccia della tenda verde. Mi tornano in mente quei podisti che
erano nella nostra tenda. Ricordo quando, appena ricevuto il road-book e
le note aggiuntive, avevano inserito nei loro GPS tutti i way-point e penso
a quanto poteva essere utile in casi come questo avere uno strumento che
ti dice dove devi andare per trovare quello che stai cercando: spero di non
doverci pentire per aver scelto di non ricorrere all’aiuto della tecnologia
per l’orientamento ...
Cercavo di individuare i bagliori del fuoco del punto di controllo, piuttosto
che la sagoma scura della tenda, quando Carlo rompe il silenzio urlando: “Tenda-tenda
!”, parafrasando il grido “Terra-terra !” dei naviganti. Anche il secondo
“check point” e’ raggiunto. Sara’ stata la presenza di Simona, capelli lunghi
castani e gradevoli forme sinuose, appartenente allo staff medico al seguito
della carovana, sara’ stato il calo della tensione emotiva, sara’ stata la
stanchezza ed il freddo, sta di fatto che non ho affatto fretta di ripartire
e ne approfitto per sostituire la camera d’aria anteriore che da diversi
km mi costringe a fermarmi per rigonfiare la ruota: trovo un paio di spine
piantate nel copertone che avevano attraversato anche il nastro protettivo
interno e pizzicavano di tanto in tanto la camera d’aria. Quando ripartiamo,
sono passate le 3.30 di notte ed abbiamo ancora tanti chilometri da macinare:
il morale e’ buono, le gambe vanno ancora bene e malgrado la stanchezza,
la tensione ed il timore di fare errori di valutazione lungo il percorso,
troviamo parecchi motivi per goderci ugualmente la nottata. Se si escludono
i pochi sporadici incontri ora con podisti ora con ciclisti, siamo sempre
rimasti soli coi nostri pensieri e fantasie a seguire il nostro percorso,
di tanto in tanto facendo riferimento alla luce artificiale montata su una
delle nostre biciclette. E’ proprio seguendo il lampeggiare della luce rossa
posteriore di Fausto che realizzo nuovamente quanto l’imprevisto e’ sempre
presente; infatti, improvvisamente scompare la luce montata sulla bici e
non vedo nemmeno la sua trekking light verde appesa allo zainetto: pochi
istanti e metto a fuoco i contorni di un uomo che si rialza ed una bici a
terra. Da un po’ di tempo continuiamo a vedere davanti a noi delle luci
che non sono nostre e che piano piano diventano sempre piu’ vicine; sia noi
che loro stiamo seguendo la stessa pista, ma sono leggermente piu’ lenti
di noi. Li raggiungiamo all’approssimarsi di un tratto roccioso ove di tanto
in tanto dobbiamo scendere dalla bici per prevenire pericolose conseguenze:
si tratta del duo Andrea-Roberto e dei cinque componenti la squadra svizzera.
Compiamo in loro compagnia un lungo tragitto non disdegnando di fare battute
e scambiarci impressioni, finche’ le nostre scelte divergono e via via i
due gruppi si allontanano fino a restare nuovamente soli con i nostri pensieri.
Continuo a pestare sui pedali, ma la stanchezza inizia a farsi sentire.
Ennesima foratura … questa volta, addirittura doppia ! Sia Gianni che io
dobbiamo sostituire la nostra camera d’aria all’unisono: abbiamo con noi
un numero elevato di camere di scorta, ma non sono state sufficienti; siamo
tutti e cinque al lavoro: uno smonta la ruota, l’altro ripara la camera d’aria,
un altro pregonfia … siamo tutti indaffarati ed infreddoliti (il vento soffia
insistentemente ed ogni volta che ti fermi, ti si asciuga addosso il sudore
gelido) … quasi non ci accorgiamo di due ombre che arrivano correndo dalle
montagne. Riconosco Karim Mosta insieme ad un altro francese: “Ou e’ le point
de repere !” … capiamo subito che avevano compiuto un giro piu’ largo e stavano
cercando il terzo punto di controllo, quello che per loro podisti rappresentera’
l’arrivo della tappa e la fine delle fatiche e il meritato riposo al caldo
del sacco a pelo.
Mentre Gianni ed io completiamo
la gonfiatura dei nostri pneumatici, Fausto, Ambrogio e Carlo ripartono per
non ghiacciare nell’attesa. Trascorrono piu’ di una ventina di minuti prima
che raggiungiamo due dei tre, infatti Fausto aveva seguito una pista che si
spostava ad ovest verso le montagne, mentre tutti gli altri avevano preferito
restare al limite della catena, memori del percorso segnato sulla cartina.
Accendiamo tutte le nostre luci e proseguiamo urlando il suo nome, finche’
non udiamo una sua risposta e finalmente il team Duna Rossa si ricompatta.
Rinfrancati e sollevati (soprattutto Fausto) pedaliamo verso il terzo chek-point.
E’ a questo punto che sentiamo un sordo rombo e vediamo dei fari in lontanza;
e’ il fuoristrada con Fiorini a bordo che ci viene incontro: “Ci sono stati
dei problemi causati dalla sabbia, per cui l’arrivo delle bici e’ quello dei
podisti” - “Ma allora ci manca poco, siamo arrivati” - “Si’, ormai ci siete.
C’e’ qualcun altro oltre voi ?” - “Dovrebbero essere in zona Karim ed un
suo socio, per il resto non sappiamo …” Nessuno di noi chiede informazioni
sul perche’ della riduzione del percorso decisa durante lo svolgersi della
tappa e pensa gia’ al sorso di the caldo ed all’enorme falo’ per scaldarsi
che troveremo una volta giunti al campo e spinge con maggiore decisione
sui pedali. E’ proprio vero che gli ultimi chilometri sono i piu’ lunghi:
un attimo prima sei concentrato e determinato per portare a termine una prova
che richiede ancora piu’ di un’ora di impegno ed ora non vedi l’ora di arrivare
ed ogni minuto sembra un’eternita’ … Non sono trascorse cinque ore dalla
partenza, infatti sono circa le cinque del mattino quando arriviamo al termine
della tappa: non c’e’ neppure montato l’arco per indicare l’arrivo, ma la
cosa non mi interessa … rimandero’ ad un altro momento il capire perche’ sono
cambiate le cose e che cosa e’ successo, ora devo andare a scaldarmi davanti
al fuoco ed a cercare il mio sacco a pelo …
(foto M.Asprea)